La ristorazione sale ufficialmente sul podio degli attrattori turistici italiani. Il suo ruolo è stato sancito dal Piano Strategico per…

La ristorazione sale ufficialmente sul podio degli attrattori turistici italiani. Il suo ruolo è stato sancito dal Piano Strategico per il Turismo attualmente al vaglio delle commissioni di Camera e Senato.

L’aspetto positivo, per chi della cucina ha fatto un mestiere, sta a questo punto non soltanto nel fatto che il tema sia perennemente in auge, ma che se ne riconosca il giusto peso all’interno della filiera. L’aspetto per contro parzialmente preoccupante per chi maneggia pentole e fornelli, è l’inevitabile confronto con i capricci di un’utenza viaggiatrice viziata, infedele e dagli umori estremamente volubili.
Ad esempio, se fino a qualche tempo fa si pensava che per attrarre l’ospite fosse sufficiente evocare la presenza di qualche star della cooking art, oggi è bene sapere che si potrebbe scivolare fuori tendenza. Dopo anni di martellamento televisivo, gli esperti annunciano l’imminente tramonto dei cosiddetti ‘cuochi fatui’, cioè dei tanti show-chef re degli schermi casalinghi, mentre preconizzano una radiosa alba per i professionisti orientati a una cucina meno iconica ma più artigianale e ‘più buona’. Buona, si badi bene, sotto molti aspetti. Anzitutto perché predilige i prodotti locali e perché a fronte di un ventaglio di ingredienti più genuino ma conseguentemente più ridotto, chiede ai cuochi maggiori capacità di improvvisazione. Buona, poi, perché più etica e più autentica. E, infine, perché adattabile al contesto territoriale, al punto da essere considerata a tutti gli effetti un ‘prodotto turistico secco’ non soltanto dal nuovo Piano Strategico ma anche dai tour operator e dalle agenzie di viaggi.

Il mondo della travel industry guarda infatti con crescente attenzione all’offerta gastronomica dei diversi territori non solo per adempiere – come avveniva in passato – alle fisiologiche necessità dei clienti in tour, ma per caratterizzare e tematizzare le proposte di soggiorno e per valorizzare la propria consulenza. Il cibo, insomma, può diventare primo e unico obiettivo del soggiorno. Tutto questo a patto che i partner scelti non si limitino al mero impiattamento degli elaborati ma ci mettano uno spicchio d’anima, trasformandoli in racconti ed esperienze degni di memoria. “Il nostro è un team di cuoche immigrate provenienti da ogni parte del mondo che unisce la buona cucina al racconto celato nella storia del cibo”, spiegano ad esempio gli ideatori del progetto interculturale Cuochi a Colori. E non sono gli unici ad avanzare proposte culinarie in direzione del turismo organizzato. Lo fanno anche organizzazioni quali Le Mamme del Borgo oppure Le Cesarine perché, piaccia o no, ormai non tutto il bacino di viaggiatori di alta gamma e con elevata propensione alla spesa insegue le tavole stellate o gli chef da palcoscenico.La ristorazione autentica traina il turismo italiano

In un momento in cui a vincere è l’autenticità – cercata e apprezzata in ogni sua possibile declinazione, tavola inclusa -, i consulenti di viaggio non possono infatti che assecondare la tendenza mettendosi nelle mani di cuochi e ristoratori in grado di soddisfare le esigenze dei nuovi turisti gourmet.

Ciò premesso, se la nostra attività è la cucina e la tipicità è un elemento su cui abbiamo costruito valore ed esperienza, potrebbe valere la pena di considerare se e come valorizzare la sapienza maturata. Ma chi sarebbero i possibili clienti? Vediamoli.

Le 5 tendenze della ristorazione autentica

Il Food Travel Monitor 2016 ha tracciato un identikit orientativo dei consumatori odierni, evidenziano 5 tendenze principali:

  1. Cercano esperienze gastronomiche locali: cibi e bevande preparati secondo le ricette e le tradizioni del posto.
  2. Sono sperimentatori di proposte innovative.
  3. Cercano esperienze social legate al food, per incontrare amici o trascorrere del tempo in famiglia.
  4. Desiderano assaggiare di tutto, anche piatti inconsueti e lontani dalle proprie abitudini alimentari.
  5. Apprezzano i menù bio. Per loro l’origine degli ingredienti ha la stessa importanza del menù.

Pochi punti salienti che confermano il rafforzamento di una domanda concentrata sulla qualità e sulla ‘bontà’ di cibi e menù ancora prima che sulla loro estetica.

Ciò spiegherebbe perché gli Stati Uniti abbiano ormai decretato la fine del cake design, mentre dolci tipici più ‘casalinghi’ insieme a salumi e formaggi doc e dop spopolano fra i doni natalizi indirizzati a parenti, amici, dipendenti e soci in affari (le indagini condotte dalle Confcommercio in vista delle feste affermano infatti che più del 70% dei consumatori regala generi alimentari per Natale). Oppure perché un colosso come Costa Crociere si sia votato alla produzione diretta di mozzarella di bufala, a bordo delle proprie navi e con il proclamato supporto di qualificati mastri casari.

Tutto questo mentre sulla terraferma le ‘strade del gusto’ assumono sempre di più l’aspetto di ‘strade del cibo’, cioè spazi ad alta concentrazione di ristoranti e ambienti in cui assaporare specialità tipiche. Tipiche del luogo ma anche rigorosamente curate e servite da esperti che siano comprovati detentori e garanti della tradizione più autentica.