Nicola Piovani ha vinto un Oscar per una composizione musicale. Ma non una qualsiasi: quella che fa da commento a…

Nicola Piovani ha vinto un Oscar per una composizione musicale. Ma non una qualsiasi: quella che fa da commento a “La vita è bella”, la celebre pellicola firmata da Roberto Benigni. E’ quindi palese che non si tratti di una persona avversa alla musica. Eppure in una sua intervista ha chiesto per l’ennesima volta di frenare la scriteriata somministrazione di sottofondi musicali nei luoghi di acquisto e di consumo. “Un costume ormai dilagante. Anzi – ha precisato – un malcostume”.

L’accusa di Nicola Piovani…

Pur constatando a malincuore come la sua sia ormai “una battaglia persa”, Piovani ribadisce che obbligare un cliente ad ascoltare un certo tipo di musica nei ristoranti quando non lo richiede, possa non solo risultare fastidioso ma anche indurlo a vivere

Musica nei ristoranti: quali effetti ha sul cliente?
Nicola Piovani

l’imposizione come uno sgradevole esercizio di potere da parte del gestore. Soprattutto – ci sentiamo di aggiungere – in un momento in cui ogni singolo cliente chiede alle aziende un livello di attenzione e di personalizzazione esasperato.

Veniamo allora al tema sollevato dal compositore – e, per la verità, caldeggiato da molti – partendo da una certezza: non ci sono evidenze scientifiche che in maniera inconfutabile dimostrino la positività o la negatività degli effetti prodotti dalla musica sui clienti. Inclusi quelli di hotel e ristoranti.
Nessuno, per farla breve, è in grado di dichiarare con assoluta certezza che un sottofondo di musica nei ristoranti possa aiutare a vendere di più oppure ad attirare o a trattenere i clienti.

Per dovere di cronaca va però detto che all’invito di Piovani si contrappongono vari studi abbondantemente cavalcati dal marketing.

… e le voci della difesa

La letteratura in materia riferisce infatti di ricerche volte a dimostrare come l’ascolto della musica negli spazi pubblici possa in realtà pilotare il comportamento degli avventori, modificandone i tempi di movimento e di permanenza negli ambienti.

Altri studi proverebbero addirittura come determinati toni e concatenazioni di note abbiano il potere di incrementare la disponibilità di spesa (in questo senso, pare siano più efficaci sei note invece che tre oppure nove).

La verità sta nel mezzo

Il problema reale sta nel fatto che nessuno possa davvero stabilire o prevedere con assoluta certezza quali siano, ad esempio, gli effetti prodotti da uno stesso genere musicale su individui diversi. E la conferma è nel recente studio curato dall’Università di Amburgo la quale, dopo avere esaminato le reazioni dei clienti in vari bar e ristoranti, ha decretato di non avere raccolto alcuna prova concreta di comportamenti indotti puramente dalla musica diffusa nei locali. Come se non bastasse, lo studio aggiunge che pur investendo talvolta anche somme importanti per l’allestimento degli impianti di filodiffusione, buona parte dei manager non è in grado di misurare gli effetti dello sforzo compiuto per mettere la musica nei ristoranti.
Questo perché ciascuno degli avventori può avere esperienze, gusti e retaggi culturali molto diversi, che lo inducono a percepire come più o meno gradevole il sottofondo somministrato dal gestore.

Cosa fare allora?

Tralasciando chi, come ha fatto la scorsa estate la catena Pizza Hut, ha addirittura fornito ai clienti il necessario per autoprodursi una personale colonna sonora “da asporto”, e sfogliando invece la letteratura classica disponibile, si evincono fondamentalmente 3 preziosi consigli:

  1. Se si opta per il sottofondo musicale, allora non deve essere assordante, soprattutto nei ristoranti o nelle hall degli hotel, dove le persone si recano anche per conversare;
  2. Il genere musicale deve essere in perfetta sintonia con il target;
  3. Il sottofondo non deve necessariamente essere da hit parade.

Su quest’ultimo punto proporrei allora una riflessione: perché, in alternativa al totale silenzio oppure al totale frastuono, non utilizzare una soluzione intermedia?

Musica nei ristoranti: vada per i rumori “naturali”

Maria Grazia Turri, economista esperta in neuroscienze, prova a dare una risposta. Per chi vuole utilizzare la musica nei ristoranti, infatti, la scelta giusta potrebbe essere suggerire un sottofondo di suoni naturali, cioè di quelli che replicano i rumori della natura.

I rumori naturali – dice la studiosa – rappresentano il mattone fondamentale delle emozioni e della fantasia, poiché attivano le aree cerebrali  più profonde, che nel processo evolutivo umano hanno dato origine alla sensibilità armonica e melodica”. E queste aree – dettaglio importantissimo – sono quelle che consentono la memorizzazione emotiva più efficace.

L’idea della musica nei ristoranti non sarebbe dunque da bocciare, ma ovviamente non deve trasformarsi in un pretesto per scorciatoie narrative risolvibili con disordinati assemblaggi di rumori.
Lo storytelling acustico deve al contrario essere pianificato come una qualsiasi altra forma di scrittura e organizzato secondo le regole del giusto equilibrio tra spazi scritti, cioè i rumori, e spazi bianchi, cioè i silenzi. Perché i secondi – ricorda Maria Grazia Turri – sono importanti almeno quanto i primi.
Affinché il rumore arrivi all’anima – ci ricorda infatti – deve essere intervallato dal silenzio. Che non è assenza di suono, ma pausa che agevola l’ascolto e che amplifica i benefici effetti delle musiche della natura.