Tutti i telegiornali ne parlano. L’Italia ha intrapreso la sua battaglia contro le multinazionali della sharing economy, in particolare per…

Tutti i telegiornali ne parlano. L’Italia ha intrapreso la sua battaglia contro le multinazionali della sharing economy, in particolare per riscrivere le regole dell’affitto di case vacanze (Airbnb) e dei noleggi con conducente condivisi (Uber). Sempre se si possa ancora parlare di condivisione, visto che le piattaforme sono ormai popolate da una moltitudine di operatori professionisti.

Nonostante Airbnb si faccia scudo con una comunicazione ancora fortemente incentrata sul target delle persone comuni (e intendo soggetti privati, per lo più appartenenti alla classe media, che offrono sistemazioni per brevi periodi di vacanza), la piattaforma di sharing sta prendendo una piega sempre più “professionale”. In altre parole, sempre più simile alle strutture ricettive a cui si era inizialmente contrapposta.

Airbnb si è montata la testa?

Da un certo punto di vista è comprensibile: Airbnb ha inserzioni per 2,5 milioni di alloggi in quasi 200 Paesi, con un milione di pernottamenti ogni giorno. Il comparto alberghiero, insieme a quello ristorativo e dei trasporti, è infatti il settore in cui le piattaforme di sharing economy ha avuto più successo in assoluto.

E dopo aver ampliato la propria offerta includendo anche Trips, Airbnb sta cercando di convincere gli investitori di valere più delle grandi catene alberghiere. Senza troppo sforzo, a quanto pare, visto che il valore di Airbnb superava già i 30 miliardi a metà del 2016. La società, pur non ancora quotata in Borsa, vanta un capitale rintracciabile da Equidate, mercato dove vengono scambiate le azioni di imprese non quotate. Un mercato “grigio” dove solitamente avviene la compravendita di titoli di aziende in odore del grande lancio, l’Offerta Pubblica Iniziale (IPO).

Il valore di Airbnb supera quello delle grandi catene alberghiere

Questa prospettiva probabilmente ha accelerato la crescita del colosso, che oggi è stata effettivamente valutata diversi milioni di dollari più di Hilton, Marriott e Accor. L’enorme valore di Airbnb le ha permesso di raccogliere finanziamenti per l’ultimo aumento di capitale da aziendine come Google, per dirne una.

Fanno capolino nuovi player

La neonata Milano’Short Rent riconosce il valore di Airbnb e coglie l’attimo per buttarsi nella mischia: “Per noi Airbnb è come Booking o Expedia, è un canale di vendita”, spiega Davide Scarantino, presidente di questa associazione milanese nata per sostenere il mercato degli alloggi a breve termine. “A Milano rappresentiamo 1.130 posti di lavoro tra diretti e indiretti, quattromila posti letto e circa 1.200 appartamenti”.

Obiettivo dell’associazione è quindi quello di difendere il business delle case vacanze. In particolare, Milano’Short Rent vuole promuovere l’adozione di modelli volti al rispetto delle normative: Noi siamo per la legalità. Non siamo contro gli albergatori. Quello del turismo non è un gioco a somma zero. Noi ci rivolgiamo a clienti che stanno più di una notte a Milano e cercano una sistemazione diversa dall’hotel” . Stessa mission di Airbnb insomma, con un’ulteriore puntualizzazione da parte del presidente dell’associazione (e fondatore di Italianway): “Per Milano le case vacanze sono un modo per arginare la desertificazione del centro storico, anzi lo possono ripopolare. I nostri clienti spendono il 17% del loro budget per l’alloggio e il resto in città.

Nonostante questo nobile impegno, i proprietari delle strutture ricettive tradizionali continuano a premere perché nel nostro Paese si adottino regole più stringenti sugli affitti brevi. “Per controllare chi è in regola basterebbe poco”, sostiene Scarantino. “Tipo pubblicare su Airbnb il codice di iscrizione dell’appartamento, che testimonia che sono stati espletati gli adempimenti burocratici necessari”.

Intanto sulla piattaforma è comparsa una sezione che raccomanda ai propri host di affittare in modo responsabile e trasparente. Come finirà questa partita?