È un turismo estero forte, a prova di crisi, quello che alimenta l’industria dell’ospitalità nazionale. Secondo l’ultima ricerca curata dalla…

È un turismo estero forte, a prova di crisi, quello che alimenta l’industria dell’ospitalità nazionale. Secondo l’ultima ricerca curata dalla Banca d’Italia tra i viaggiatori stranieri serpeggerebbe “un rinnovato interesse per le vacanze nel nostro Paese”. In primis per quelle di natura culturale.

L’entità della spesa legata a queste ultime sarebbe infatti cresciuta dal 2010 ad oggi a un ritmo annuo di ben 9 punti percentuali. Tanto da far sospettare una specie di ritorno di fiamma per il Grand Tour. Tesi peraltro comprovata dal sensibile recupero dei mercati che di questo prodotto sono stati storici fruitori: Francia, Gran Bretagna e Germania.

Va però detto che non è solo grazie a questi ‘big three’ che l’Italia deve il successo riscosso oltre frontiera. I curatori dello studio puntualizzano infatti che “l’espansione degli ultimi anni è stata sostenuta soprattutto dai flussi provenienti da paesi al di fuori dell’Unione Europea, la cui quota di mercato è salita dal 37 per cento del 2010 al 41,5 per cento”. Percentuali in crescita si sono infatti registrate da Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone e Cina, “peraltro ancora caratterizzata – chiosano gli analisti riguardo il Celeste Impero – da un peso contenuto, di poco superiore all’1 per cento del totale, a fronte del suo enorme potenziale”.

Le mete privilegiate

Le mete variano in base all’età e all’area di provenienza. Lo straniero in viaggio da solo, ad esempio, è in generale più orientato alla visita delle città d’arte e molto meno incline a scegliere la vacanza balneare. Questo dato risulta invertito nel caso delle famiglie con bambini fino a 14 anni, dove si nota anche una maggiore propensione alla vacanza in montagna o rurale.

Mare e montagna sono peraltro in generale più richiesti dai viaggiatori in arrivo dai bacini europei extra UE, ad esempio Svizzera e Russia, mentre la restante parte dei viaggiatori non residenti in Europa predilige nettamente le città d’arte.

L’incidenza di queste due macro aree sulla spesa degli stranieri si attesta infatti rispettivamente al 27 e al 33 per cento.
Un orizzonte sgombro da nubi caratterizza anche la zona di nord-ovest, dove il numero degli arrivi internazionali è in rapida crescita e gli introiti si aggirano intorno al 25 per cento del totale nazionale.

Ancora inespresse le potenzialità del mezzogiorno

Restano invece  in ampia parte inespresse le potenzialità del Mezzogiorno.
È infatti qui che, secondo le rilevazioni della Banca d’Italia, apparirebbe più evidente lo scollamento tra flussi e potenziale turistico. “Sebbene – si legge nel documento – l’area rappresenti il 78 per cento del litorale italiano, ospiti i tre quarti del territorio appartenente ai Parchi nazionali e accolga più della metà dei siti archeologici e quasi un quarto dei musei, la spesa degli stranieri è pari ad appena il 15 per cento del totale”.

Un dato che potrebbe essere di gran lunga più consistente, per quanto già migliore rispetto alla fine degli anni Novanta, quando si fermava al 10 per cento.
In questo quadro che ci vede occupare un ruolo interessante – sebbene perfettibile -, l’Italia risulta essere prima in Europa per numero di strutture ricettive. E seconda solo alla Francia per numero di posti letto. Anche in questo caso con peculiarità proprie e tutt’altro che trascurabili.

Nel settore primeggiano le piccole imprese

Nel settore dell’ospitalità come in buona parte degli altri comparti del Paese, la piccola impresa – spesso a gestione familiare – continua ad avere una presenza dominante. Mentre, secondo l’analisi, continuerebbero ad avere una diffusione relativamente contenuta le catene alberghiere. “Ne risultano – si legge nel Report – un peso più elevato del lavoro autonomo e una forte identificazione tra proprietà e management”.

E questo non è il solo segno distintivo del nostro Paese. Oltre che per una quota di lavoratori autonomi molto elevata (solo la Grecia ci supera al momento in aerea UE), ci contraddistinguono anche la maggiore quantità di contratti a tempo determinato e una minore quota di giovani. Rispetto a quest’ultimo parametro, l’Italia risulta infatti in coda alla graduatoria.

 

 

In Italia il livello di istruzione degli operatori è più basso della media

L’altra peculiarità italiana riguarda il livello di istruzione dei lavoratori e dei manager, che risulta più basso della media continentale, benché in linea con il resto dei comparti produttivi italiani.
“Comparata agli altri paesi europei – riporta lo studio – l’Italia si caratterizza per una bassa quota di laureati. Anche per gli incarichi di dirigenza”.

Lo prova il fatto che nelle imprese ricettive italiane solo il 5 per cento dei dirigenti sia in possesso di laurea, contro il 36 per cento dei lavoratori del settore nel Regno Unito, il 31 per cento della Spagna e il 25 per cento della Francia.

Come già emerso dalla rilevazione Unioncamere riassunta in un precedente articolo pubblicato da Sharing Tourism, al settore occorrono dunque con urgenza più risorse giovani e in ogni caso personale forte di una formazione scolastica ed accademica più accurata.

Anche perché l’offerta ricettiva del nostro Paese, in sensibile trasformazione, si sta rimodulando verso strutture di maggiore qualità, anche per poter stare al passo con i mercati concorrenti. Al sud e nelle isole, le strutture di categoria 4 e 5 stelle hanno già numericamente superato quelle di categoria inferiore, e anche nelle regioni del centro e del nord-ovest l’offerta di alberghi di categoria elevata è comunque già significativa.

Il processo evolutivo risulta invece rallentato all’altro capo dell’arco alpino, nell’area di nord-est, calamita – come si è visto – di ingenti flussi turistici ma ancora caratterizzata da una forte incidenza di strutture di qualità intermedia.