C’è chi lo chiama Surf Office, chi Co-working Camp. La sostanza comunque non cambia, e può interessare anche molti operatori italiani…

C’è chi lo chiama Surf Office, chi Co-working Camp. La sostanza comunque non cambia, e può interessare anche molti operatori italiani che desiderino estendere la stagionalità della propria struttura ricettiva.

Partendo dall’inconfutabile presupposto che il turismo sia un fenomeno sociale e, dunque, tutt’altro che impermeabile al mutamento degli stili di vita, qualche lungimirante albergatore ha incominciato a chiedersi come la metamorfosi del mondo del lavoro potesse concorrere alla metamorfosi del mondo della vacanza.

Per avere un’idea di cosa si stia parlando, suggerisco di dare un’occhiata ai siti web targati Surf Office, con eleganti soluzioni “work at the beach” a Gran Canaria e in California, e Mutinerie Village, che, all’opposto, propone sistemazioni spartane – seppur confortevoli – , nella campagna francese a un’ora e mezza dalla Ville Lumière. Ce ne sono poi in Indonesia, Turchia, Marocco, Regno Unito e, a breve, in Germania.

A primo impatto potrebbe sembrare un ossimoro, una sorta di bislacca contraddizione, ma così non è. Perché in qualche angolo del pianeta stanno fiorendo offerte di soggiorno per gli oramai numerosissimi professionisti autonomi che, dotati delle tecnologie più avanzate, possono di fatto operare dalle latitudini più remote, scollandosi per qualche giorno da abitazioni trasformate in ufficio oppure da scrivanie prese in affitto in uno dei tanti temporary office urbani.

Il servizio di co-working holiday, l’ultima frontiera del business travel, può essere quindi declinato nei modi più diversi. Come sempre, il nucleo fondamentale è avere ben chiari i mercati, le nicchie di riferimento e le aspettative del target di utenza.

DATI SUL CO-WORKING

A questo proposito, un recente studio sui fruitori di spazi di lavoro condivisi fornisce una serie di utili dettagli:

  • Il Nord Italia è l’area con più persone operative negli spazi di co-working, quindi potrebbe essere il bacino nazionale potenzialmente più interessante. Centro e Sud italia seguono a lunga distanza.
  • In particolare, le regioni italiane con il maggior numero di co-workers sono in ordine decrescente: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Lazio, Toscana e Piemonte.
  • Il 62% dei co-workers italiani sono uomini, il 38% donne.
  • Il 53% sono free-lance, il 39% piccoli imprenditori o start-uppers, il restante 8% figure professionali varie.
  • Le attrezzature e i servizi indispensabili per il target sono: Internet (99%), stampanti e fotocopiatrici (80%), sale riunioni (76%), angolo per coffee break (61%).

L’ultimo punto rassicura sul fatto che, tutto sommato, per buttarsi nel mercato del co-working non occorrono grossi investimenti.

Un ulteriore vantaggio è che, trattandosi di business travellers, non è necessario mettere a disposizione camere in alta stagione. Loro, infatti, prediligono i periodi di spalla. La soluzione ideale sarebbe riservare la struttura intera al co-working in periodi dell’anno circoscritti, in modo da evitare fastidiose convergenze con l’utenza leisure. Nessuna delle due apprezzerebbe la reciproca mescolanza; come rimarca un cliente nel blog Surf Office, “chi è in vacanza non ama circondarsi di persone affaccendate con tablet e cellulari. Così come noi co-workers non vogliamo essere coinvolti nei party improvvisati dai vacanzieri a ogni ora del giorno e della notte”.

E rivendicando i diritti della neonata categoria, lancia un ultimo, utile monito: “I gestori degli spazi ricettivi non dimentichino che siamo young professionals, non backpackers”.