L’albergo diffuso: un modello di business volto a promuovere un turismo esperienziale riqualificando edifici abbandonati all’interno di borghi dove gli…

L’albergo diffuso: un modello di business volto a promuovere un turismo esperienziale riqualificando edifici abbandonati all’interno di borghi dove gli ospiti possono immergersi nella vita quotidiana della comunità. Un modo di vivere il territorio il più possibile, sempre più ricercato dai viaggiatori di oggi.

Partiamo dalle caratteristiche

Quattro sono le caratteristiche basilari che un albergo diffuso deve avere per essere definito tale:

  • una gestione diretta da un unico proprietario che fornisca gli standard alberghieri tradizionali;
  • un adeguato numero di camere distribuite in edifici storici già esistenti e riconvertiti a tale uso;
  • un’area centrale adibita a reception ove siano presenti anche servizi di ristorazione;
  • un’integrazione genuina nella comunità ospitante, affinché i viaggiatori possano vivere un’esperienza da locals.

Questo tipo d’impresa favorisce la conservazione di siti di valore artistico-culturale, contrastando lo spopolamento e il depauperamento di zone altrimenti disagiate o a rischio tali. Accanto a tante luci vi sono però alcune ombre, alle quali è necessario porre attenzione e rimedio proprio per non inficiare casi d’eccellenza come quello di Sextantio a Matera.

Come è nato il modello di business?

L’albergo diffuso è nato negli anni Ottanta in Carnia, dove si tentò di convertire i borghi storici ormai abbandonati a causa del terremoto in edifici a destinazione turistica, formando una sorta di veri e propri villaggi vacanze. Nel corso degli anni successivi, tuttavia, la filosofia che sta alla base dei progetti di ospitalità diffusa si è più volte arenata per ragioni economiche oppure per motivi pratici; al contrario, laddove ci sono stati i presupposti economici, spesso ciò che ne è derivato difficilmente ha sposato il concept di autenticità e di legame con il territorio, fattore che invece l’albergo diffuso, in linea di principio, dovrebbe contemplare.

Attenzione va posta oggi a sfruttare la denominazione di albergo diffuso solo a fini di marketing, per attrarre un target di clientela interessata allo slow tourism o similare, o per ottenere i relativi contributi provinciali/statali oltre a una serie di altre agevolazioni. In questo frangente è evidente come si tratti solo di mettere insieme in maniera sistematica, e con un centro prenotazioni dedicato, una quantità anche elevata di affittacamere o di appartamenti.

Bisognerebbe invece ricordare che uno dei tre aggettivi utilizzati per tradurre “albergo diffuso” in inglese sia virtual hotel – accanto a dispersed hotel e scattered hotel – quasi a voler sottolineare l’inconsistenza che la struttura deve avere da un punto di vista prettamente ricettivo, cioè nell’accezione più tradizionale del termine.

Quel che serve? Una vera vocazione alla sharing hospitality

La gestione dell’albergo diffuso è pur sempre di stampo imprenditoriale, cosa che mal si sposa con il tentativo di dare invece un’impronta più “casalinga” o di sharing hospitality. Tale dualismo, se non ammesso, può essere percepito come un’impostura e generare feedback negativi da parte degli ospiti.

Sfortunatamente, a discapito delle migliori intenzioni, anche questa forma di ricettività risente dell’influsso di Airbnb e delle pratiche nocive della shadow hospitality. Inoltre non tutte le forme di ospitalità diffusa, semplicemente trattandosi di realtà a sviluppo orizzontale anziché verticale, si possono effettivamente definire “albergo diffuso” (AD). Non di rado si rivelano piuttosto tentativi di trasformare in località turistiche luoghi che in verità non ne hanno alcuna, o scarsa, vocazione.

Esempi in Italia e nel mondo

Uno degli obiettivi dell’orientamento diffuso è quello di spingere i turisti a vivere la città, il paese o il borgo, il più possibile.

L’Italia è stata la prima a lanciarli, ma hotel diffusi che sono diventati veri e propri brand riconosciuti nel mondo si trovano ormai in molte località straniere di dimensione variabile, come Kyoto in Giappone o Corippo in Svizzera.

E non sono solo i borghi a ospitarli, come Alberobello con i suoi trulli apparsi recentemente in una puntata della trasmissione televisiva “4 Hotel” condotta dallo chef pluristellato Bruno Barbieri. Ne troviamo anche in stazioni di montagna come Vermiglio, nei pressi del Passo del Tonale. Qui è nato il primo “paese albergo del Trentino”, un’azienda che però tiene a specificare di essere una cosa diversa dal cosiddetto AD, poiché unisce i proprietari o i gestori di aziende diverse – hotel, ristoranti, produttori agricoli, guide turistiche e istruttori sportivi – così da migliorare l’occupazione di stanze, sia d’albergo sia di case private, altrimenti sottoutilizzate.

Un altro tra gli esempi nazionali maggiormente virtuosi è Il Borgo di Sempronio, in provincia di Grosseto, in grado di offrire tour enogastronomici, lezioni di cucina e sport di vario genere. Le undici casette vendono la possibilità di vivere in un ambiente medioevale ma con comodità moderne, dove reception, bar, camere e ristorante si collocano a breve distanza lungo vialetti suggestivi e dall’atmosfera quattrocentesca. A completare il quadro, la possibilità di usufruire di servizi spa presso le convenzionate Terme di Saturnia.

Quando l’albergo diffuso aiuta la diffusione delle eccellenze made in Italy.