La bramosia di esperienzialità e polisensorialità ha raggiunto una diffusione tale da essere ormai trasversale a tutti i target di…

La bramosia di esperienzialità e polisensorialità ha raggiunto una diffusione tale da essere ormai trasversale a tutti i target di clientela. Incluso il segmento culturale e, per scendere ancora più nel dettaglio, quello che all’interno di quest’ampia porzione di mercato si focalizza sull’archeologia.

Il futuro del turismo archeologico è l’esperienza, ha non per caso recentemente dichiarato Marxiano Melotti, docente di Turismo Archeologico all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, nonché autore di un libro sulla materia. “Dunque – ha aggiunto – è necessario re-inventare esperienze archeologiche ad uso del viaggiatore, anche attraverso la creazione di nuovi ambienti e nuove situazioni”.

Questo è quanto hanno fatto gli ideatori del Costazzurra Museum & Spa, primo archeo-hotel del pianeta, fresco di inaugurazione nell’antica colonia greca di Akragas, attuale Agrigento. Il proprietario, Fabrizio La Gaipa, appassionato di storia antica, ne ha fatto non soltanto il luogo in cui esporre la propria collezione di reperti di arte greca, egizia, romana e bizantina, ma anche un’occasione di incontro e di confronto con i clienti, cui offre la rara possibilità di visionare e persino toccare i pezzi nelle teche.

In nome dell’iperdeclamata polisensorialità, La Gaipa schiude infatti una volta al giorno le custodie in vetro – alcune delle quali in vista nella hall – in cui vengono conservati gli oggetti, per consentire agli ospiti di osservarli da vicino. E in più, ai clienti che scelgono la Museum Room, concede il privilegio di pernottare in compagnia di alcuni preziosi reperti che ne compongono l’arredo.

In questa struttura, insomma, l’usuale paradigma che fino ad oggi ha consentito il connubio tra storia e ospitalità unicamente attraverso l’allestimento di strutture alberghiere all’interno di edifici storici si è invertito, facendo sì che questa volta fosse la storia a trasferirsi in hotel e non il contrario.

Tutto questo per fare breccia in un bacino di utenza – quello degli archeoturisti – potenzialmente vastissimo. Composto sia da italiani – per i quali, secondo l’Osservatorio Nazionale Cultura e Turismo 2014, la visita dei siti archeologici è la seconda attività culturale – sia da stranieri (giapponesi e statunitensi tra i primi) che, una volta raggiunti dalla notizia dell’apertura di questo singolare hotel, non hanno esitato a dimostrare un incoraggiante entusiasmo.

L’importanza del turismo culturale in Italia

Il tema dell’archeologia è sempre di grande appeal per il turismo culturale, soprattutto se legato ai Paesi della classicità, di cui l’Italia è componente di spicco. Lo conferma il fatto che il Colosseo e l’area di Pompei costituiscano da tempo i poli di attrattiva più solidi e prestanti dell’offerta culturale italiana, tenacemente saldi in vetta alla top 30 dei musei, monumenti e aree archeologiche stilata dal nostro Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Giusto per comprendere l’entità del fenomeno, si sappia che gli Uffizi arrivano solo terzi, e a notevole distanza.

Aggiungiamo che nel 2014 la passione per i tesori archeologici ha fruttato al nostro Paese ben 20.012.328 visitatori: un bacino in crescita costante dal 1996, quando i visitatori erano poco più di 15 milioni. Si tratta di intercettarli e convincerli a soggiornare in una struttura che, adeguatamente attrezzata, possa offrire loro memorabili opportunità di immersione nella Storia:

  • osservazione ravvicinata di reperti antichi,
  • incontri di approfondimento con esperti,
  • ambientazioni tematizzate realizzabili con arredi appositamente scelti,
  • menù a tema ispirati alle ricette del lontano passato.

Le idee applicabili sono molte; l’importante è creare proposte di buon impatto emotivo, senza mai trascurare – come lo stesso Melotti fermamente raccomanda – di professionalizzare l’approccio. Nella fattispecie, si consiglia la contaminazione di competenze tra albergatori, storici e archeologi. Una soluzione di turismo culturale molto pragmatica, ma probabilmente anche la sola veramente in grado di forgiare prodotti apprezzabili da un’utenza dai gusti molto sofisticati. E, soprattutto, per nulla incline a sorvolare sulla credibilità.