Addio parity rate: cosa succederà ora?

By Il Team
Set 5th, 2017
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Addio parity rate: cosa succederà ora?

È nullo ogni patto con il quale l’impresa turistico-ricettiva si obbliga a non praticare alla clientela finale, con qualsiasi modalità e qualsiasi strumento, prezzi, termini e ogni altra condizione che siano migliorativi rispetto a quelli praticati dalla stessa impresa per il tramite di soggetti terzi, indipendentemente dalla legge regolatrice del contratto.

Così recita l’articolo 1 comma 166 della legge n. 124 del 2017, meglio conosciuta come legge sulla parity rateDopo due anni di dibattito in Parlamento è entrata in vigore la norma che tutela la concorrenza e il mercato, occupandosi anche del settore turistico.

Secondo molti albergatori italiani, si tratta di un importante traguardo. In primis perché le clausole di parity rate violavano la concorrenza, in quanto vietavano all’albergo di praticare sul proprio sito condizioni più convenienti rispetto a quelle applicate sui portali. Chi non ricorda, anche da recenti spot pubblicitari, la grande promessa delle OTA?
Tre parole: “il miglior prezzo”.

In secondo luogo, aggiunge il presidente di Federalberghi Bernabò Bocca, tali clausole “ostacolavano l’ingresso sul mercato di nuove agenzie online […] disposte a praticare commissioni più basse, trasferendo la differenza a vantaggio di albergo e consumatore, per attirare entrambi.

Infine, la conseguente diminuzione della concorrenza sul mercato impediva la riduzione delle commissioni pagate dagli alberghi.

Veniamo al presente: quali sono ad oggi le ripercussioni della legge sulla parity rate? I risultati di una recente indagine svolta dalle Autorità Antitrust dei Paesi in cui è stata abolita la parità tariffaria* dimostrano che non si è verificata alcuna riduzione della presenza dei portali dopo l’entrata in vigore della legge. Insomma, una conferma di ciò che diciamo da tempo: il mercato turistico è grande e che c’è posto per tutti. I colossi come Booking.com, Hotels.com e Trivago possono sopravvivere anche senza particolari tutele…

Dunque, ci sarà un reale vantaggio per gli albergatori?

Per gli hotel italiani, in prevalenza di piccole dimensioni, la promozione delle prenotazioni dirette è un’opportunità da cogliere assolutamente. Ciò non significa che si cesseranno le partnership con i portali online, ma solo che le nostre strutture saranno più libere di gestire sconti, promozioni e offerte ai propri ospiti.Addio parity rate: cosa succederà ora?

La vendita diretta faciliterà anche eventuali strategie di fidelizzazione; questo perché, instaurando un contatto diretto sin dalla prima fase dell’esperienza di viaggio (la ricerca), risulta più semplice conoscere e farsi conoscere dal cliente.

Inoltre, per gli hotel sarà possibile risparmiare provvigioni e quindi avere maggiori risorse economiche da investire, ad esempio per ottimizzare la propria vetrina online.

E per il cliente dell’hotel?

L’Italia si sa, è un Paese di nostalgici. E questa sorta di ritorno al passato sembra piacere molto. Secondo un sondaggio di Federalberghi, a un italiano su due non dispiacerebbe prenotare il proprio soggiorno rivolgendosi direttamente all’albergo. Magari assaggiando la reception con la “vecchia” telefonata.

Addio parity rate: cosa succederà ora?La legge sulla parity rate è certamente di buon auspicio per i turisti che preferiscono un rapporto diretto con la struttura. Ciò non significa che gli utenti, abituati al surfing online, cambieranno radicalmente queste abitudini, però potranno contare su un rapporto meno “impersonale” con la struttura.

Dunque, la multicanalità va praticata (pensiamo solo alla visibilità che ne deriva) ma è essenziale stabilire un equilibrio a proprio vantaggio, ovvero promuovere l’utilizzo del canale diretto. Proporre benefit al cliente, come l’upgrade della camera, early check in o late check out, sconti al ristorante, servizi extra gratuiti e via dicendo, potrebbe essere un buon deterrente all’utilizzo delle OTA.

Che ne pensate?


* Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Repubblica Ceca, Svezia e Ungheria

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